"1945-2025: riflessione a 80 anni dalla Liberazione."
"1945-2025: riflessione a 80 anni dalla Liberazione."
promossa dalla prof.ssa Rosanna Cuomo nella classe 5B Liceo delle SU, ed estesa alle classi 5B Liceo delle SA e 5A Liceo tradizionale, grazie al contributo prezioso dei prof.ri Speranza, Zannoni, Cuneo, Iovine e Fusco.
“ Era da vivi che si era diversi”

(W. Blair Bruce, Paesaggio con papaveri , 1887)
SERENA
La dolorosa disfatta di Caporetto, la paura della rivoluzione rossa aizzata dalle proteste socialiste, la disperata indignazione dei reduci spediti a casa, di notte, senza gli onori solitamente che si tributano, la “vittoria mutilata”. Diverse le cause per descrivere la nascita del fenomeno fascismo: “malattia morale” o “l'autobiografia di una nazione”? Oppure, come ebbe a dire il suo capo "una passione perpetua della migliore gioventù italiana, il risultato di un determinato clima storico, politico, morale? Un'associazione a delinquere"...?
Tutto questo, diremo, il fascismo è stato tutto questo fin dal suo sorgere. Ha cavalcato l'onda dell'ambivalenza, oltre che della violenza, del tutto e del suo contrario.
Un dato puntuale di tale atteggiamento lo si può constatare nei confronti della donna. Prendiamo ad esempio il diritto di voto: nel Programma di San Sepolcro del 1919 era previsto il suffragio universale con eleggibilità per le donne: il regime fascista approvò una legge del 1925 che concedeva ad alcune donne il diritto di voto nelle elezioni amministrative salvo poi nel 1926 abolire completamente le elezioni. In un'intervista del 1931 Mussolini affermava: "La donna deve obbedire [...]. Naturalmente essa non deve essere schiava, ma se io le concedessi il diritto elettorale mi si deriderebbe. Nel nostro Stato essa non deve contare".
Ghitta Carell, Ritratto
Adolfo Wildt

Mario Sironi

Gola

Funi

Boccioni

De Chirico

Sironi, Sarfatti 1916-1917

FEDERICA
Per Mussolini le donne non contavano nemmeno nella sfera delle relazioni personali: prendiamo ad esempio Margherita Sarfatti, una delle personalità più colte ed emancipate del '900 italiano, primo critico d'arte donna in Europa, curatrice di mostre, redattrice del Popolo d'Italia. Qui di seguito, la possiamo vedere raffigurata dai diversi artisti, suoi contemporanei. La sua casa di Milano, in Corso Venezia 93, ogni mercoledì sera diventava il luogo di incontro dei Futuristi e degli intellettuali più disparati.
AMALIA
La Sarfatti parlava 5 lingue ei suoi interessi variavano dalla letteratura alla musica, alla politica: nota è la sua amicizia con la socialista Anna Kuliscioff. Fu sostenitrice di diversi artisti d'avanguardia, che alla “ricerca della più vera delle verità, la bellezza” fonderanno il gruppo Novecento che proponeva un ritorno all'ordine, alla classicità moderna nel superamento dell'avanguardia futurista.
MIRIAM
Inizialmente schierata a fianco del regime, manifestò l'idea di poter coniugare la dimensione artistica con quella politica: l'arte doveva essere intesa come lo strumento per veicolare i valori del fascismo. Introdusse Mussolini nei salotti della Milano degli anni '20, lo educo' alla lettura dei classici e al ben vestire, scrisse la prima biografia ufficiale del Duce nel 1925, tradotta in 18 lingue. Ma Mussolini dopo averla a lungo usata, la accusò di aver abusato del suo nome e del movimento, congedandola con una lettera di terribile ingratitudine.
STEFANIA
Il fascismo costruì l'immagine femminile della “donna-madre”: patriottica, florida, tranquilla e prolifica. Il tipo ideale era di piccola statura, di fianchi larghi, trasandata, dimessa. "La donna deve ritornare sotto la sudditanza assoluta dell'uomo, padre o marito. Sudditanza e quindi inferiorità spirituale, culturale ed economica. Gli Stati devono vietare l'istruzione professionale media e superiore della donna... fare di essa un'eccellente madre di famiglia e padrona di casa". Quindi a che servire studiare? La donna non ne ha bisogno! La scuola semmai deve prepararla al “governo della casa”. Il regio decreto del 1926 escludeva le donne dai concorsi per insegnare lettere, latino, greco, storia e filosofia nei licei e negli istituti. Del resto, è naturale che sia così: vale a dire, appartiene alla natura femminile, al suo corpo, se le cose stanno così: potevano lavorare ma nemmeno poi tanto: “la indiscutibile minore intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia”.
Il numero delle lavoratrici non doveva superare il 10% negli impieghi pubblici e privati. E si sbaglia a credere che le diverse posizioni qui presentate a proposito dell'universo femminile provengano esclusivamente dagli uomini. E' una come noi ad affermare: "la donna può essere molto utile negli ospedali, nelle carceri, negli uffici ma non deve dimenticare mai che soltanto nella casa è indispensabile. Ed è ancora una donna che scrive nel 1930 a Mussolini "A me sembra che la causa principale di questa crisi mondiale sia dovuta alla donna. Bisogna levare la donna dalle officine, dagli uffici e da tutti quei lavori che prima della guerra erano dell'uomo". Del resto, "la Patria si serve anche spazzando la propria casa", come si può leggere nel decalogo della Piccola fascista del 1930. Il lavoro femminile crea due danni: la mascolinizzazione della donna e l'aumento del lavoro maschile: la donna che lavora perde di femminilità, si avvia alla sterilità: male assoluto dell'epoca fascista.
JESSICA
SANE, ROBUSTE, FECONDE: alla fine degli anni '20 l'essere donna coincideva con la maternità, vale a dire l'atto fisico di fare bambini: la donna era la madre della stirpe che avrebbe reso grande lo Stato italiano, era la madre dei figli, degli uomini che sarebbero andati a morire. La politica dell'incremento demografico in vista dell'espansione coloniale aveva proibito fin dal 1926 il controllo delle nascite: l'utilizzo dei contraccettivi fu messo fuori legge.
Del resto, come affermava Mussolini "hanno diritto all'Impero i popoli fecondi, quelli che hanno l'orgoglio e la volontà di propagare la loro razza sulla faccia della terra, i popoli virili. Le donne non giocavano un ruolo economico preciso, almeno fino alla guerra di Etiopia. In seguito alle sanzioni, si alzò all'improvviso l'interesse: le donne diventavano il fulcro del nucleo familiare. Così, la maternità alla donna, come la guerra all'uomo. Il dovere delle donne, la loro primaria vocazione era la procreazione, l'allevamento dei figli e lo svolgimento di funzioni familiari nell'interesse dello Stato, l'uscita dalla casa non portò all'emancipazione ma a nuovi doveri verso la famiglia e lo Stato, non all'autonomia ma all'obbedienza a nuovi padroni questa preparazione https://www.youtube.com/watch?v=vGNSNhnGXEo (le attività al campeggio pre-coloniale - Lago d'Iseo -2 circa minuti).
SERENA
Il regime fascista ha creato, nel corso del ventennio, un forte consenso: qualcuno prova ad individuarne il motivo: "Gli italiani per lungo tempo sono stati abituati a essere ingannati da tutti coloro in cui avevano posto fiducia; e ora essi saranno disposti a credere a chi per essi versi il suo sangue. Sì, perché gli italiani credano, devono vedere il sangue", scriveva Giacomo Matteotti a gennaio del 1924 ed è proprio il suo sangue che gli italiani vedranno: forse, è anche per questo che il fascismo trova sacche di resistenza che si fanno più strette. Intellettuali, artisti dissentono contro il consenso che sembra giungere unanime, compatto: dal regime tali dissidenti vengono uccisi, pestati, mandati al confino – Ventotene, ad esempio -, messi alla gogna. Ma il rifiuto che essi si oppongono al passo con una violenza tanto più sferzante quanto più dura è stata l'accettazione della rinuncia. Sembrano note dissonanti, che non si allineano con il clamore: è l'esempio dei 12 docenti universitari che su oltre 1200 nel 1931 rifiutarono di giurare fedeltà a Mussolini. Dodici “no” che brillarono come torce di libertà su uno sfondo cupo e nero.
CHECCA
Nella sua lettera di dimissioni, Piero Martinetti, docente di filosofia che abbandona la cattedra di Milano, scrive: "Eccellenza [...] Ho sempre diretta la mia attività secondo la mia coscienza. Ho sempre insegnato che la sola luce che l'uomo può avere è la propria coscienza; altra considerazione per quanto elevata sia, è un sacrilegio. Ora col giuramento che mi è richiesto, io verrei a smentire queste mie convinzioni ed a smentire con esse tutta la mia vita. La mia decisione procede non da una disposizione ribelle e proterva, ma dall'impossibilità morale di andare contro ai principi che hanno retto tutta la mia vita.

Il suo rifiuto di giurare fedeltà al regime fascista rappresenta un esempio di integrità morale e di difesa dei diritti in un momento in cui questi erano minacciati; la sua è la testimonianza di quei valori di libertà, dignità e giustizia che sarebbero stati poi sanciti dalla Costituzione Italiana nel 1948: Dignità umana , l'art. 3 della Costituzione sancisce il principio di uguaglianza e la dignità sociale di tutti i cittadini. Libertà di pensiero e di coscienza , l'articolo 21 garantisce la libertà di manifestazione del pensiero. Il rifiuto di Martinetti di sottomettersi a un regime che calpestava le leggi ei diritti individuali rappresenta una difesa ante litteram di questo principio.
GIULIA
Qualcun altro, avvertendo il clima sempre più teso e cupo, anticipa di qualche anno la medesima decisione: nel 1925 Gaetano Salvemini scrive: “Signor Rettore, la dittatura fascista ha soppresso, ormai, completamente, nel nostro paese, quelle condizioni di libertà, mancando le quali l'insegnamento universitario della Storia - quale io lo intendo - perde ogni dignità, perché deve cessare di essere strumento di libera educazione civile e ridurresi a servile adulazione del partito dominante [...]. Sono costretto perciò a dividermi dai miei giovani e dai miei colleghi, con dolore profondo, ma con la coscienza sicura di compiere un dovere di lealtà verso di essi, prima che di coerenza e di rispetto verso me stesso”.

MARIO
C'è anche chi si è opposto al fascismo poi, in modo del tutto originale: si tratta del genio matematico napoletano Renato Caccioppoli. Contro i provvedimenti del regime che tendevano a irr e giment a re la società ea dettare - secondo le indicazioni di Starace - il cosiddetto stile fascista, come il divieto di usare il dialetto, il professore era solito tenere le sue lezioni in napoletano. O come nel 1938, quando contro il divieto per gli uomini di circolare con cani di piccola taglia perché ciò ridicolizzava la virilità, Caccioppoli scendeva dalla sua dimora, Palazzo Cellamare, passeggiando per via Chiaia, via Calabritto fino a Piazza Vittoria portando a spasso, al guinzaglio, un gallo.

GIADA
Dal fascismo e' perseguitata non solo la libertà di pensiero ma anche di credo: accade anche ai Testimoni di Geova: essi si rifiutavano di fare il saluto romano, di iscriversi al Partito fascista, di partecipare alle manifestazioni e di prestare il servizio militare, ritenuto incompatibile con i loro principi religiosi. Le autorità fasciste, attraverso l'Ovra, monitoravano e reprimevano le loro attività: le pubblicazioni venivano sequestrate, le riunioni interrotte e gli aderenti arrestati e mandati al confino.
SERENA
Adesso proviamo a sfatare alcuni miti che il fascismo reca con sé: abbiamo scelto 4 brevi leggende che circolano ancora oggi a cui abbiamo opposto dati storici, tranne che per la prima come vedrete.
1. A Quando c'era lui i treni arrivavano sempre in orario! / B Per fare arrivare i treni in orario, però, se vogliamo, mica c'era bisogno di farlo capo del Governo, bastava farlo capostazione, no? I treni arrivavano uguali. I treni in orario - Troisi vs Mussolini (da Le vie del signore sono finite). https://www.youtube.com/watch?v=5gn2Ecdtf0I
2. ANNALISA "Mio nonno venerava Mussolini e diceva che faceva cose buone e che aiutava molte persone. Suo padre indossava sempre un anello con il simbolo del fascismo e fieramente affermava che era grazie a lui se l'Italia ha avuto le pensioni, è grazie a Mussolini se l'Italia ha avuto l'Inps" / CAROLINA Un primo sistema di garanzie pensionistiche fu adottato dal Governo Crispi nel 1897, l'anno dopo venne fondata la Cassa Nazionale di Previdenza per l'Invalidità e la vecchiaia degli operai. A guerra finita, nel 1919, la vecchia Cassa di Previdenza diventò Cassa Nazionale per le assicurazioni sociali: i versamenti erano obbligatori e tutta la società ne beneficiava. Nel 1933 Mussolini ribattezzò la struttura trasformando la Cassa in Istituto Nazionale fascista della Previdenza sociale: INFPS, divenuta poi a fine guerra INPS.
3. ANNALISA Per mio nonno l'ideologia fascista non era cattiva, almeno non all'inizio: la famiglia, prima di tutto! Il regime regalava 1000 lire a figlio/ CAROLINA Nei fatti, le richieste erano talmente alte che, per evitare malumori, il premio natalità era di 15-20 lire a figlio. Dal 1933 le regole per essere considerata “famiglia prolifica” cambiavano di continuo: il criterio base era minimo 12 figli, a patto che non fossero illegittimi; le coppie sposate con solo rito civile erano escluse; i dipendenti statali non erano ammessi. Nel 1937 viene fondata l'Unione fascista delle famiglie numerose; con la legge 917 del 1939 viene addirittura istituita una medaglia d'onore a favore delle madri delle famiglie con 7 o più figli. Queste sono le parole di una vedova che scrisse a Mussolini nel 1936: “sono una madre che ha dato alla luce 15 figli più volte gemelli, però me ne campano solo 5 tutti malridotti…”
4. CHIARA Nelle pagine del diario di mio nonno, Mussolini era visto come un uomo straordinario, un condottiero che aveva ridato dignità all'Italia. Per il bene della patria sono certe scelte necessarie e mio nonno ha sempre creduto nel sogno di un grande Stato. Dopo gli anni caotici del dopoguerra, il fascismo aveva riportato l'ordine, aveva dato lavoro e prestigio al Paese e gli aveva donato l'idea che fosse giunto il momento di riprendersi ciò che spettava, di tornare ad essere una nazione potente e temuta / B “Combattenti di terra, di mare e dell'aria![...] Uomini e donne d'Italia, dell'Impero e del regno d'Albania ! irrevocabili La dichiarazione di guerra è stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e Francia”. https://www.youtube.com/watch?v=a0bLrQgaDsE (fino al minuto 2.53).
MATTIA
Peccato che non eravamo per nulla preparati per quella guerra!!
Hitler il 25 agosto del 1939 fa recapitare a Mussolini una lettera in cui rende chiare le intenzioni di attaccare la Polonia, chiedendo sostegno economico e politico all'alleato, sostegno che viene promesso dal Duce solo a condizione che la Germania invii mezzi bellici e risorse di cui il Bel Paese è completamente privo. In una missiva, spedita quella stessa sera e passata alla storia come la “lista del molibdeno”, Mussolini esplicita ciò di cui ha bisogno: 6 milioni di tonnellate di carbone, 2 milioni di tonnellate di acciaio, 7 milioni di tonnellate di oli minerali, 70 mila tonnellate di piombo, 220 mila tonnellate di nitrato di sodio, 7mila tonnellate di stagno, e ancora titanio, zirconio, sali potassici…Si tratta di una lista impossibile da soddisfare: prende prima tempo di entrare in guerra il 10 giugno del 1940. Dopo il primo anno di guerra iniziano a cambiare le abitudini degli Italiani: al nostro alleato tedesco mandiamo uomini e grano in cambio di carbone, così il pane si inizia a fare con le miscele ed è subito tesserato: a testa spettano 200 gr che poi diventeranno 150, infine 100. La pasta viene razionata: che si mangi riso, polenta, patate o legumi!


Si chiede di bere non te ma karkadè, non caffé ma surrogato d'orzo e di cicoria.


La fame comincia a stringere in una morsa l'Italia tra il 1941 e il 1942: iniziano a scarseggiare farina, uova, latte: il baratto si sostituisce alla compravendita e la borsa nera imperversa. Assieme alla fama arrivano i bombardamenti, sempre più fitti che colpiscono le città strategiche, Roma ad esempio.
Prof.ssa VALENTINA ZANNONI
Nella mattinata del 19 luglio 1943 i bombardieri statunitensi sganciarono ordigni sul quartiere San Lorenzo. Nella zona furono uccisi circa 1500 persone. All'episodio bellico Elsa Morante ha dedicato pagine di grande intensità nel romanzo La Storia, la sua opera più discussa. Pubblicato nel 1974, è un romanzo corale ambientato a Roma durante la Seconda guerra mondiale e nel primo dopoguerra (1941-1947). La vicenda ruota intorno a Ida Ramundo, ebrea per parte di madre e vedova, madre di un figlio adolescente, Nino, che viene violentata da un giovane soldato tedesco di passaggio a Roma: ne nascerà Giuseppe, chiamato da tutti Useppe, vero protagonista del romanzo. La breve storia di Useppe (nascita e morte prematura) offre uno spaccato di Roma durante il conflitto bellico: il bombardamento di San Lorenzo, la vita degli sfollati, la resistenza partigiana, il rastrellamento del Ghetto, la deportazione degli ebrei e il difficile ritorno alla normalità dopo la fine del conflitto. Il panorama di drammi e macerie è costantemente illuminato dal piccolo Useppe e dalla fama di vita del fratello Nino. Il romanzo è strutturato secondo una scansione annalistica e ad ogni capitolo la Morante fa precedere le epitomi sulle vicende storiche dell'anno in questione, stampate in corpo minore: quest'alternanza tra storia maior - compendiata - e storia minor - indagata narrativamente - è intesa a rivendicare la priorità delle vicende individui rispetto agli eventi della grande storia, spinta sullo sfondo. La storia di Ida e Useppe si fa paradigma universale della violenza e barbarie della Storia e della sua drammatica ricaduta sulle vite dei singoli, concetto esplicitato nella frase di copertina del romanzo “uno scandalo che dura da diecimila anni”.
CAMILLA - De Gregori
Una di quelle mattine Ida, con due grosse sporte al braccio, tornava dalla spesa tenendo per mano Useppe: faceva un tempo sereno e caldissimo. Secondo un'abitudine presa in quell'estate per i suoi giri dentro al quartiere, Ida era uscita, come una popolana, col suo vestito di casa di cretonne stampato a colori, senza cappello, le gambe nude per risparmiare le calze, e ai piedi delle scarpe di pezza con alta suola di sughero. Useppe non portava altro addosso che una camiciolina quadrettata stinta, dei calzoncini rimediati di cotone turco, e due sandali di misura eccessiva (perché acquistati col criterio della crescenza) che ai suoi piedi sbattevano sul selciato con un ciabattio…
Uscivano dal viale alberato non lontano dallo scalo Merci, avanzando in via dei Volsci, quando, non preavvisato da nessun allarme, si udìre nel cielo un clamore d'orchestra metallica e ronzante. Useppe levò gli occhi in alto e disse: <
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Con una mano essa si aggrappò a una radice schiantata, ancora coperta di terriccio in frantumi, che sporgeva presso di lei. E valutandosi meglio, ranicchiata intorno a Useppe, prese a palparlo febbrilmente in tutto il corpo, per assicurarsi ch'era incolume. Poi gli sistemò sulla testolina la sporta vuota come un elmetto di protezione.
Si trovavano in fondo a una specie di angusta trincea, protetta nell'alto, come da un tetto, da un grosso tronco d'albero disteso. Si poteva udire in prossimità, sopra di loro, la sua chioma caduta agitare il fogliame in un gran vento. Tutto all'intorno, durava un fragore fischiante e rovinoso, nel quale, fra scrosci, scoppiettii vivaci e strani tintinnii, si sperdevano deboli e già da una distanza assurda voci umane e nitriti di cavalli. Useppe, accucciato contro di lei, la guardava in faccia, di sotto la sporta, non impaurito, ma piuttosto curioso e sovrappensiero. <
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I suoi piedini nudi si bilanciavano quieti accosto a Ida, uno di qua e uno di là. Per tutto il tempo che aspettarono in quel riapro, i suoi occhi e quelli di Ida rimasero, intenti, a guardarsi. Lei non avrebbe saputo dire la durata di quel tempo. Il suo orologio da polso si era rotto, e ci sono delle circostanze in cui, per la mente, calcolare una durata è impossibile.
Al cessato allarme, nell'affacciarsi fuori di là, si ritrovarono dentro un'immensa nube pulverulenta che nascondeva il sole, e faceva tossire col suo sapore di catrame: attraverso questa nube, si vedevano fiamme e fumo nero dalla parte dello Scalo Merci. Sull'altra parte del viale, le vie di sbocco erano montagne di macerie, e Ida, avanzando a stento con Useppe in braccio, cercò un'uscita verso il piazzale fra gli alberi massacrati e anneriti. Il primo oggetto riconoscibile che incontrarono fu, ai loro piedi, un cavallo morto, con la testa adorna di un pennacchio nero, fra corone di fiori sfrante. E, in quel punto, un liquido dolce e tiepido bagnò il braccio di Ida. Soltanto allora, Useppe avvilito si mise a piangere: perché già da tempo aveva smesso di essere così piccolo da pisciarsi addosso.
Nello spazio attorno al cavallo, si scorgevano altre corone, altri fiori, ali di gesso, teste e membra di statua mutilate. Davanti alle botteghe funebri, rotte e svuotate, di là intorno, il terreno era tutto coperto di vetri. Dal prossimo cimitero, c'era un odore molle, zuccheroso e costantio; e se ne intravedevano, di là dalle muraglie sbrecciate, i cipressi neri e contorti. Intorno, altra gente era riapparsa, crescendo in una folla che si aggirava come su un altro pianeta. Certuni, erano sporchi di sangue. Si sentivano delle urla e dei nomi, oppure <
Finalmente, di là da un casamento semidistrutto, da cui pendevano i travi e le persiane divelte, fra il solito polverone di rovina, Ida ravvisò, intatto, il casamento con l'osteria, dove andavano a rifugiarsi le notti degli allarmi. Qui Useppe prese a dibattersi con tanta frenesia che riuscì a svincolarsi dalle sue braccia ea scendere a terra. E correndo coi suoi piedini nudi verso una nube più densa di polverone, incominciò a gridare:
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Il loro caseggiato era distrutto. Ne rimaneva solo una quinta, spalancata sul vuoto. Cercando con gli occhi in alto, al posto del loro appartamento, si scorgeva, fra la nuvolaglia del fumo, un pezzo di pianerottolo, sotto a due cassoni dell'acqua rimasti in piedi. Dabbasso delle figure urlanti o ammutolite si aggiravano fra i lastroni di cemento, i mobili sconquassati, i cumuli di rottami e di immondezze. Nessun lamento ne saliva, là sotto dovevano essere tutti morti. Ma certe di quelle figure, sotto l'azione di un meccanismo idiota, andavano frugando o raspando con le unghie fra quei cumuli, alla ricerca di qualcuno o qualcosa da recuperare. e in mezzo a tutto questo, la vocina di Useppe continuava a chiamare:
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Blitz era perduto, insieme col letto matrimoniale e il lettino e il divanetto e la cassapanca, ei libri squinternati di Ninnuzzu, e il suo ritratto a ingrandimento, e le pentole di cucina, e il tessilsacco coi cappotti riadattati e le maglie d'inverno, e le dieci buste di latte in polvere, ei sei chili di pasta, e quanto restava dell'ultimo soggiorno del mese, riposto in un cassetto della credenza.
SERENA
Anche Napoli viene colpita dalle bombe, anzi è la città italiana più bersagliata. Il bombardamento del 4 dicembre del 1942 coglie tutti di sorpresa: quel giorno l'allarme antiaereo non risuonò ea farne le spese non furono solo i siti industriali ma l'intera città che subì la furia delle bombe: caddero civili, case, chiese e ospedali. Comincia, così, la fuga da Napoli, la ricerca per gli sfollati di alloggi o, perlomeno, di posti dove trovare riparo: la città inizia a riempirsi di rifugi antiaerei. La prof.ssa Iovine ci presenta, nel lavoro da lei pubblicato qualche anno fa, alcuni di questi rifugi.
RAFFAELLA IOVINE: intervento.
SARA
A luglio del 1943 quelli che diventeranno i nostri Alleati erano sbarcati sulle coste siciliane e avevano iniziato l'operazione per lo smantellamento del dominio nazifascista. Il 25 luglio di quello stesso anno il Gran Consiglio del fascismo destituisce Mussolini e il Re Vittorio Emanuele III nomina come capo del governo il generale Badoglio che firmerà, qualche mese dopo, l'armistizio reso noto l'8 settembre. Solo che la guerra continua e l'Italia precipita nel caos: la famiglia reale tutta, assieme al generale Badoglio scappa a Brindisi, Mussolini forma al Nord la Repubblica sociale di Salò, governo fantoccio nazista, mentre le forze armate sono allo sbando, senza alcun ordine. Il Paese si spacca a metà.
Intervento musicale : “e mentre marciavi con l'anima in spalle vedesti un uomo in fondo alla valle che aveva il tuo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore sparagli Piero, sparagli ora…”
SERENA
La liberazione dal fascismo e dal nazismo non ha una data di inizio precisa. Raramente nella vita si hanno situazioni nette, univoche, semplici: la Resistenza è stata per diversi aspetti “un laboratorio di sentimenti e comportamenti contrastanti”, un atto di DISOBBEDIENZA RADICALE. Sono state sabotate missioni e fatti saltare ponti, sono stati trasmessi messaggi nascosti nei commenti - come hanno fatto le giovani staffette, si è combattuto, si è ucciso, sono state prese decisioni difficili come quella dello scrittore Giaime Pintor.
DOMENICO:
Napoli, 28 novembre 1943
Carissimo, parto in questi giorni per un'impresa di esito incerto: raggiungere gruppi di rifugiati nei dintorni di Roma, portare loro le armi e le istruzioni. Ti lascio questa lettera per salutarti nel caso che non dovessi tornare e per spiegarti lo stato d'animo in cui affronto questa missione. In realtà la guerra, ultima fase del fascismo trionfante, ha agito su di noi più profondamente di quanto risulta a prima vista. La guerra ha distolto materialmente gli uomini dalle loro abitudini, li ha costretti a prendere atto con le mani e con gli occhi dei pericoli che minacciano i presupposti di ogni vita individuale, li ha persuasi che non c'è possibilità di salvezza nella neutralità e nell'isolamento . […]
Senza la guerra io sarei rimasto un intellettuale con interessi prevalentemente letterari, avrei discusso i problemi dell'ordine politico, ma soprattutto avrei cercato nella storia dell'uomo solo le ragioni di un profondo interesse, e l'incontro con una ragazza o un impulso qualunque alla fantasia avrebbero contato per me più di ogni partito o dottrina. Soltanto la guerra ha risolto la situazione, travolgendo certi ostacoli, sgombrando il terreno da molti comodi ripari e mettendomi brutalmente a contatto con un mondo inconciliabile.
In un certo momento gli intellettuali devono essere capaci di trasferire la loro esperienza sul terreno dell'utilità comune, ciascuno deve sapere prendere il suo posto in una organizzazione di combattimento .
Musicisti e scrittori devono rinunciare ai nostri privilegi per contribuire alla liberazione di tutti. Quanto a me, ti assicuro che l'idea di andare a fare il partigiano in questa stagione mi diverto pochissimo; non ho mai apprezzato come ora i pregi della vita civile e ho coscienza di essere un ottimo traduttore [e] un buon diplomatico, ma secondo ogni probabilità un mediocre partigiano. Tuttavia è l'unica possibilità aperta e l'accolgo.
SERENA
Per il partigiano Ferdinando de Leoni, nome di battaglia Falco "non e' che la libertà ti viene regalata. Non e' che arrivano gli eserciti stranieri a farti un bel regalo. Quando sono arrivati, gli alleati, hanno trovato città già vuote dai fascisti e dai tedeschi. Così e' stato per Napoli. Per Firenze. Per Milano [...]. Dicono che i morti sono tutti uguali. Chi ha mai detto il contrario? Ma da vivi: era da vivi che si era diversi".
Diversa è stata sicuramente la vita di Giancarlo Cuneo. Il prof. Cuneo ci dirà qualcosa a riguardo.
MARCELLO CUNEO
SERENA
Essere qui oggi è possibile grazie al diritto che ci è garantito dalla legge madre di tutte le leggi, la nostra Costituzione: nel 1955 Piero Calamandrei - politico, avvocato, tra gli artefici del testo costituzionale - tenne questo discorso a degli studenti di Milano. Ne ascoltiamo un pezzo.
https://www.youtube.com/watch?v=XRTG9duEnww (dal minuto 2.53 fino alla fine)
SERENA
Ci sono stati uomini che dobbiamo considerare come baluardi della libertà, fari che illuminano il nostro cammino, soprattutto nei momenti in cui questo e' impervio, pericoloso. Se noi oggi siamo qui riuniti a parlare, confrontarci liberamente è grazie alle parole, alle azioni e al sacrificio di uomini che come Antonio Gramsci ci hanno lasciato un'eredità preziosa che per quanto sta in noi, non va sciupata. Ed è con le sue parole che vogliamo salutarvi.
STEFANIA:
L'indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L'indifferenza è il peso morto della storia. L'indifferenza opera potentemente nella storia . Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. [...] Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
Il 14 febbraio 1926 si apriva a Milano la prima mostra d'arte del Novecento italiano: chi voleva assistere poteva addirittura usufruire di un biglietto del treno scontato del 30%. Ero così fiera di aver potuto portare a termine quel progetto, chiamando 110 artisti a partecipare! Ero riuscita a far comprendere al Duce che il fascismo doveva creare una propria arte e che gli artisti del Novecento sarebbero stati i “rivoluzionari della moderna restaurazione”. Il Duce aveva accolto talmente bene la mia proposta che aveva voluto persino inaugurare la Mostra: lo dovevate sentire! Lo dovevate vedere questo figlio di fabbro venuto dal basso a cui ho insegnato a parlare ea vestire! E cosa è avvenuto in meno di 3 anni? Il piccolo uomo ha rinnegato tutto: me, il mio lavoro, la mia arte; da vile ingrato mi accusa di aver abusato del suo nome e del fascismo!
